– Dal 1° ottobre 2025, in molte città italiane verranno applicate pesanti limitazioni alla circolazione di mezzi diesel Euro 5. È il segnale di una transizione ecologica che corre veloce, ma non per tutti allo stesso modo.
Chi non può permettersi un’auto nuova resta indietro, mentre chi inquina di più – con jet, SUV tecnologici e yacht – continua indisturbato.
È davvero giusta una transizione che pesa solo sulle spalle dei più fragili?
Dal 1° ottobre 2025, le auto diesel Euro 5 non potranno più circolare liberamente in molte città italiane con oltre 30.000 abitanti: Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte sono le regioni che apriranno la strada a questa normativa e le altre seguiranno presto a ruota. La motivazione? Ridurre l’inquinamento urbano. L’obiettivo? Spingere verso una mobilità più sostenibile. L’effetto reale? Colpire le fasce sociali che meno hanno voce e meno possono difendersi.
Dietro la parola d’ordine “transizione green” si sta consumando una trasformazione che, più che ecologica, sembra socialmente selettiva. Perché in questa corsa all’auto elettrica e alla mobilità a impatto zero, non siamo tutti sullo stesso piano.
La verità ignorata: non tutti possono permettersi il cambiamento
Le auto Euro 5 sono state vendute fino a pochissimi anni fa come “ecologiche”, “moderne” e “a norma”. Migliaia di famiglie le hanno acquistate, spesso a rate, fidandosi di una narrazione costruita da case automobilistiche, media e istituzioni. Oggi, però, quelle stesse auto vengono demonizzate, escluse e bandite.
Ma chi ha comprato una Euro 5 nel 2017 difficilmente oggi ha i mezzi per sostituirla con una Tesla, una Renault elettrica da 30.000 euro, o anche solo una ibrida da 20.000. Magari ha un lavoro precario, uno stipendio basso, figli a carico. Magari vive in provincia, dove i trasporti pubblici sono un miraggio e l’auto è una necessità, non una scelta.
La transizione ecologica, così come viene proposta oggi, presuppone che tutti abbiano risorse, tempo e infrastrutture per cambiare. Ma non è così.
Il grande tabù: inquinano solo i poveri?
C’è un paradosso che salta agli occhi e che nessuno sembra voler affrontare: perché lo sforzo ambientale viene chiesto sempre ai piccoli e mai ai grandi?
- Perché chi possiede un vecchio diesel viene criminalizzato, mentre i jet privati solcano ogni giorno i cieli senza alcun vincolo?
- Perché si colpisce chi fa 10 km al giorno per andare a lavorare, ma non chi possiede SUV di lusso da 500 cavalli?
- Perché si impone il blocco delle auto vecchie, ma si continua a costruire parcheggi per yacht e a incentivare il turismo di lusso che ha un’impronta ecologica devastante?
C’è qualcosa di profondamente ipocrita in questa ecologia selettiva, che guarda con severità chi fatica ad arrivare a fine mese, ma gira lo sguardo dall’altra parte davanti agli stili di vita ultra-inquinanti di chi sta in alto.
La transizione green rischia di diventare una questione di classe
Chi oggi spinge per la mobilità elettrica, spesso lo fa da una posizione di privilegio. Ha una casa di proprietà, magari con un box per installare una colonnina elettrica. Ha accesso a bonus, incentivi, agevolazioni fiscali. Magari può permettersi di lavorare da remoto e di usare la macchina solo nel fine settimana.
Ma per una madre single che lavora in un supermercato a 20 km da casa, per una famiglia con un solo stipendio che vive in periferia, per un giovane precario che ha comprato un diesel usato da poco e già rischia di essere multato, dov’è la giustizia climatica?
Una vera transizione ecologica non può essere imposta dall’alto né può avvenire contro i bisogni delle persone. Deve essere graduale, accompagnata e soprattutto equa!
Servono alternative reali, non imposizioni cieche
Il problema non è l’obiettivo – ridurre l’inquinamento è vitale – ma il metodo.
- Perché non si investe seriamente nel trasporto pubblico locale e interregionale, invece di incentivare solo l’acquisto di auto nuove?
- Perché non si prevede un percorso di “rottamazione sociale”, che tenga conto del reddito e delle reali possibilità dei cittadini, invece di multe e divieti?
- Perché non si affrontano le vere fonti di emissione, che sono industriali, logistiche, aeree, e non solo automobilistiche?
In assenza di alternative, il blocco dei diesel Euro 5 è solo un’operazione di maquillage ambientale, che crea esclusione sociale più che benefici ambientali.
Ecologia sì, ma non a senso unico
Se la transizione ecologica continuerà ad avanzare con questo passo e con questi criteri, non sarà una rivoluzione verde, ma una rivoluzione dei ricchi. Un processo che premia chi può permetterselo e punisce chi non può. Un meccanismo che crea cittadini di serie A e cittadini di serie B.
Perché la verità è semplice: l’ambiente non lo si difende escludendo, ma includendo. Non lo si salva colpendo i deboli, ma mettendo in discussione i privilegi dei forti.
La sostenibilità o è per tutti o è solo un altro slogan. E noi, sinceramente, di slogan ne abbiamo abbastanza!






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