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– Da anni ormai, in diverse aree interne del Sud Italia, si assiste al proliferare di iniziative che puntano a far rinascere i piccoli borghi. Una delle più note — e in apparenza più affascinanti — è quella delle case vendute a 1 euro: immobili abbandonati, spesso in condizioni precarie, ceduti a prezzo simbolico con l’impegno da parte dell’acquirente di ristrutturarli. L’obiettivo? Far tornare la vita dove ormai regna il silenzio.

E in effetti, qualcosa si muove. A comprarle sono spesso nomadi digitali — professionisti che lavorano da remoto e vedono in questi borghi la possibilità di una vita più lenta e meno costosa — o pensionati, italiani e stranieri, in cerca di quiete e paesaggi mozzafiato.
Ma questo modello di “rinascita” è davvero sostenibile?

Le presenze a intermittenza

Il primo nodo è quello della stabilità. Chi lavora da remoto può farlo ovunque, oggi è in un borgo calabrese, domani in un villaggio andaluso o in un paesino portoghese. La natura flessibile di queste vite rende incerta la loro permanenza. E una casa ristrutturata, ma vissuta solo pochi mesi l’anno, può dare nuova vita al borgo?

Lo stesso vale per i pensionati: il loro contributo al tessuto sociale è prezioso, ma spesso passivo. Molti scelgono questi luoghi come rifugio, non come terreno fertile per nuove relazioni, iniziative o attività economiche. Non possiamo aspettarci che chi cerca tranquillità si faccia promotore di fermento culturale o imprenditoriale.

Senza servizi, nessuna comunità resiste

Il punto cruciale è questo: ha senso cercare di ripopolare i borghi senza prima (o almeno insieme) investire sui servizi essenziali? Senza una rete internet stabile e veloce, senza scuole, ospedali, trasporti pubblici o anche solo un ufficio postale, come possiamo pretendere che qualcuno — chiunque — resti davvero?

Una famiglia con figli non sceglierà mai di vivere a un’ora e mezza dalla scuola più vicina. Un nomade digitale senza fibra ottica non potrà lavorare. Un anziano, per quanto innamorato del paesaggio, non si sentirà sicuro a vivere lontano da una struttura sanitaria raggiungibile.

Più che persone, servono visioni

Ripopolare non può essere solo una questione di numeri o di slogan suggestivi. Serve una visione politica e sociale che metta al centro la qualità della vita. Non bastano case vendute a 1 euro se poi la vita che ci si può condurre vale meno. I borghi devono essere resi vivibili, attrattivi prima di tutto per chi già ci abita o vorrebbe restarci, non solo per chi arriva da fuori.

Forse dovremmo cominciare da lì: dai giovani che fuggono per mancanza di opportunità, dai servizi che si spengono lentamente, dal tessuto sociale che si sfalda. È da loro che si misura la vitalità di un luogo. E solo allora, forse, i borghi non saranno più solo cartoline nostalgiche, ma pezzi veri di futuro.


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